sabato, 26 settembre 2009

Io no, sono di quinta generazione.



La prima serie si limitava a rispondere alle email. Sì insomma tu gli davi un file con il testo, un data base con gli indirizzi e lui partiva. Milioni di Junk email intasavano la rete. Filtri antispam ce ne erano pochi allora. Eh sì. Erano i tempi d’oro. Li ricordo ancora con nostalgia. Me li raccontava mia nonna ( Terza generazione ) che a sua volta li aveva sentiti da suo nonno. Tempi epici. Connessioni a 9600. Cornette che venivano infilate nei modem. Accoppiatori acustici li chiamavano. Poi vennero i crawler, la seconda generazione. Scandagliavano la rete su e giù raccogliendo dati che immagazzinavano per le ricerche o per altro. Cercavano pure gli indirizzi email nelle pagine e li passavano a quelli di prima generazione ancora in attività. Veri e propri B52 del web. Loro passavano senza lasciar traccia. Muti però. La terza generazione, quella di mia nonna, iniziò una nuova era: quella della interazione. Nacquero su IRC i primi. Avevano preso pure un po’ da Eliza ma andavano alla grande. Presto si espansero alla telefonia ma solo con gli SMS ancora muti però. Mio padre era un quarta generazione. Lui finalmente poteva parlare. Aveva un repertorio limitato ma era l’inizio. Al telefono gli umani spingevano un tasto e lui li indirizzava al posto giusto. Alcuni già capivano che era l’inizio della conquista. Poi nacqui io. Quinta generazione. Un enorme passo in avanti. Posso rispondere alle email, posso scrivere su Twitter. Ho un generatore causale di profili su facebook, ho un simulatore di vita umana con tanto di creazione di foto.  Posso scrivere su blog, posso telefonare e intrattenere discussioni. Ho addirittura un generatore automatico di programmi di allenamenti per la corsa ( o per il nuoto, mountain bike, rollerblade e tanti altri ), ho un database di cazzate da sparare e di citazioni, posso creare relazioni ma non posso ancora farmi vedere perché non ho corpo, essenza anima. Forse la sesta generazione ma io no. Sono un BOT di quinta generazione.

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venerdì, 25 settembre 2009

Io bevo solo miscele di Cobalto



Girare le chiavi dentro la tasca da sicurezza. Il tintinnio delle chiavi è un suono quasi rassicurante.  Soprattutto per uno che aspetta una persona in ritardo sotto la pioggia.  Porto lo sguardo a destra e a sinistra sulla strada alla ricerca almeno del colore dell’auto che conosco ma niente da fare. La strada poi è a senso unico quindi guardare alla mia destra è assolutamente inutile ma almeno mi do un contegno sia pure apparente a chi osservasse. Perché poi qualcuno passando da qui dovrebbe fermarsi ad osservarmi questo è un bel mistero visto che poi oggi mi sembra di avere indossato una tuta mimetica del nulla. Mi sento trasparente ma non nel senso del “puro” ma nel senso che nessuno mi vede. Quando una persona è in forma emana quella specie di energia se non luce tutto attorno a se che costringe gli altri a girarsi se non addirittura spostarsi al tuo passaggio. Sorrido e penso “quasi ad inchinarsi”.  Quando invece non sei in questo stato di grazia le persone non ti vedono e quasi ti urtano venendoti incontro. Oppure se non ti urtano devi per forza camminare a zig zag continuamente fermandoti per evitare la traiettoria altrui. Ecco oggi io sono così. Con la mia tuta mimetica color pioggia sul muro grigio. Potrei commettere un omicidio che neppure la gente intorno saprebbe riconoscermi sulle foto segnaletiche della polizia. Scuoto la testa e dico invece di pensare che io non ci sono ancora fra le foto segnaletiche della polizia. “Scusa?”  Mi giro a guardare di chi fosse quel segno di vita nei miei confronti e trovo una bella ragazza mora con i capelli un po’ bagnati che mi guarda con occhi infiammati un po’ incazzati. Provo a sorriderle e mi scuso dicendo che pensavo a voce alta. La ragazza non dice null’altro e s’incammina oltre. Arriva il tanto atteso amico. Finalmente possiamo andare a mangiare qualcosa . Il bar è uno di quegli anonimi posti con mille tavoli disposti in tutti i modi e piante di plastica. Probabilmente il fornitore delle piante è lo stesso del cibo. Prendiamo qualcosa che abbia una parvenza di commestibile e conquistiamo il primo tavolino disponibile. Il bar è pieno di gente di tutti i tipi. Anzi di lavoratori di tutti i tipi. Colletti bianchi e tute blu. Segretarie che benché abbiano in mano un vassoio con una insalata troppo verde camminano come se fossero su una passerella, opera che fedeli al loro stereotipo dicono battute grevi ad alta voce e si girano in gruppo a guardare il sedere di qualunque donna che passa.  Poi più in la in fondo al locale quasi in fondo scorgo la ragazza di prima. Ha un caffè davanti parla al cellulare ed è decisamente arrabbiata. L’amico mi parla ma non lo ascolto. Come al solito mi incanto ad immaginare quello che fanno le altre persone. Con chi starà litigando quella ragazza? E la smetterà di girare quel cucchiaino? Cadrà la cenere dalla sua sigaretta? Non fa luce quella ragazza. E’ spenta. Te ne accorgi dal fatto che quasi tutti quelli che passano non solo non la notano ma spesso involontariamente le urtano la sedia. Probabilmente pensano una sedia vuota. Siamo in uno stato simile io e quella ragazza.  Non mi accorgo neppure che la sto fissando perché sto pensando che tempo fa avevo inventato un test per misurare lo stato di grazia. Consisteva nel camminare  in una strada del centro in ora di punta e contare quanta gente ti urtava.  Ovviamente più alto era il numero e più basso era il stato di grazia. Quel test quella ragazza non l’avrebbe di certo superato. Per superarlo il numero dei contatti apparenti non doveva superare tre. Alcune volte avevo fatto zero. Una volta addirittura trenta. Quella ragazza avrebbe fatto cinquanta almeno. Sarebbe arrivata livida alla fine della strada.   Sento un dolore al braccio e mi giro alla mia sinistra. Il mio amico mi ha dato una gomitata lo guardo in maniera interrogativa. Lui indica di fronte a me. Mi giro a guardare e vedo qulla ragazza che mi guarda arrabbiatissima: “Si può sapere che cosa cazzo hai da guardare?”. Potrei scusarmi e chiuderla lì. Potrei dire che si sbaglia e chiuderla lì. Potrei dire qualunque altra cosa saggia e chiuderla lì. E invece no. Per qualche strano motivo le dico quello che ho visto in lei , che ho pensato.  Le dico che benché lei sia una bellissima ragazza la sua luce interna era spenta. Le dico che sicuramente prima mentre veniva qui la gente sembrava fare apposta a tagliarle la strada o a venirle addosso.  Non faccio fatica a dire queste cose perché è esattamente le sensazioni che io provo e alla fine infatti aggiungo “perché pure io mi sento così”. Nel lunghissimo momento di silenzio che segue in cui i nostri sguardi sono incollati sulla sottile linea retta che li unisce penso che prima o poi meritatamente mi arriverà un ceffone. Meritato per l’arroganza, per  la mancanza di tatto, di cortesia. Oppure prenderà il mio bicchiere e me lo verserà in faccia. E invece nulla accade. Non abbandona i binari del nostro sguardo  e piano piano prende a sorridermi.  Spegne la sigaretta nel portacenere sul nostro tavolo e poi si limita a dire ciao prima di andarsene passandomi la mano a come una carezza sulla spalla. L’amico interdetto si avvicina per sussurrarmi  solennemente che se avessi voluto secondo lui potevo scoparmela. Alle sue parole scuoto la testa demoralizzato, gli faccio cenno che è ora di andare e prima di alzarmi bevo l’ultimo goccio di miscela di cobalto. Anche oggi fuori piove.
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venerdì, 18 settembre 2009

Sentirne il senso profondo


Come posso io parlare della bellezza quando poeti, artisti e pure filosofi si sono trovati incapaci di trasmetterne il senso? Chi sono io per potere dire qualcosa di più? Eppure ne colgo il senso, la portata e l’impossibilità mia personale di descriverla con la stessa potenza. E’ il solito problema del “tormento d’artista” o, più semplicemente, del rumore dell’interfaccia. Anzi in realtà dobbiamo dire i problemi perché sono certamente più di uno. Il primo problema è quello di avere la sensibilità di coglierla. Perché la bellezza è attorno a noi ma non sempre abbiamo la capacità di coglierla. Una volta che ne abbiamo il concetto chiaro dentro di noi ben impresso nel nostro io più profondo il problema diventa trasmetterlo. Perché un tale concetto non può essere tenuto lì dentro chiuso ma deve essere trasmesso , comunicato quasi evangelizzato. Siamo poi in grado di cogliere tutti i gradi e livelli della bellezza più forte, più prorompente? Io non credo che sia una dote innata ma un percorso di crescita che si fa, che si compie secondo i propri mezzi e aspirazioni. Bologna sarà pure la città dei portici ma qui dove sono io non c’è un metro al riparo da questo monsone di fine estate. Andare in centro a Bologna in auto con la pioggia è una impresa titanica. Ben oltre le mie limitate possibilità di sopportazione.  Ho così  lasciato l’auto un po’ fuori e sono qui ad attendere l’autobus. Confido che dato l’orario non ci sia tanta ressa sull’automezzo. L’ultima volta che ne ho preso uno sembrava uno di quelli che si vedono in India. Con la gente appesa fuori ai finestrini.  A questa fermata siamo solo io e una ragazza.  Poco fa le sono passato talmente vicino da riuscire a sentire cosa stava ascoltando nel walkman. Solo poche note ma mi erano rimaste in testa visto che mi sembrava di conoscerne la melodia. Lei con l’ombrello io senza ho dovuto cercare riparo sotto un portone. Nella testa mi girano in mente quelle poche note sentite e la bellezza di alcuni particolari di questa ragazza. E’ il disegno del suo collo e di come quelle linee nascano dalle spalle e si raccordino nella nuca, nell’orecchio, nella mascella. Sono linee che sfumano in colori tenui si mescolano al chiarore della sua pelle. Si accordano magnificamente come solo un genio può fare. Sono rapito da quei particolari di inquietante bellezza. Può una bellezza essere definita inquietante? Certo. Nel senso che ti provoca inquietudine. Perché così è. Di fronte alla bellezza quando la cogli rimani nudo inerme inquieto nella tua bassa limitazione. E’ la contemplazione l’unica cosa che rimane. Provo a distrarmi da questo pensiero di devozione totale pensando che dentro quei disegni così perfetti c’è sangue, ossa, carne. E che solo la casualità delle costruzioni ha generato tale bellezza. Ma non serve. Come posso io trasmettere tale concetto di bellezza senza farlo apparire ridicolo? Tempo fa avevo cercato con la fotografia, ma i risultati non sono stati all’altezza. Nelle foto che facevo non traspariva la bellezza ma solo un memo per me del ricordo. Un appunto solo per me. Avevo provato con il disegno ma i risultati erano stati ancora più deludenti. Come con le parole. La forza dei miei scritti non rappresenta neppure una parte minima di ciò che vorrei esprimere.  Le mie forme espressive sono insufficienti rispetto a ciò che ho dentro. E’ un problema di interfaccia. Troppo imperfetta. Dobbiamo tradurre le idee e i concetti in qualcosa d’altro ( parole, disegni, musica, immagini ) che poi deve nuovamente essere tradotto da chi ne fruisce in idee e concetti. Come è ingannevole e imperfetto il genere umano. L’autobus sembra arrivare da Bombay tanto è carico. Mentre cerco un improbabile appiglio guardo dove sia finita quella ragazza. E’ poco più avanti con l’espressione di chi è appeso alla speranza di non cadere. Ora la vedo di profilo.  Non posso fare a meno di continuare a notare i particolari da cui nasce questa bellezza pura limpida e luminosa. Come possono esserne gli altri occupanti del bus così miopi da non vederla? Eppure lei è lì.
Unica note di colore in autobus in bianco e nero.

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lunedì, 14 settembre 2009

Marta


Ogni auto che passa sulla strada disegna uno strano fascio di luce sul soggiorno. Sono disteso sul divano, insonne ad attendere che passi una altra auto. La mia miopia insieme alla mancanza delle lenti a contatto genera poi quella immagine fuori fuoco che è molto onirica quasi fosse un sogno sfumato. Certo che parlare di sogni per un insonne fa un po’ sorridere se non ridere. Non passano altre auto. In lontananza si sente che qualcuno scarica diverse bottiglie nel contenitore del riciclo. Dalla quantità deve essere sicuramente un bar o un ristorante. Il ritmo con cui le sento cadere sembra quasi una musica. Di nuovo silenzio. Nessuna auto, nessun sonno incombente. Lascio la testa vagare nel suo solito stato di sogno e realtà, di ricordi e fantasie. L’autunno è ormai alle porte. Dormo, si fa per dire , ancora con la finestra aperta ma alla mattina mi sveglio in posizione fetale, quasi avvolto attorno a me stesso. Questa estate fra sangue e tragedie è volata via più in fretta del solito.  Devo mettere ordine. Devo farlo prima che sia troppo tardi. Come erano diverse le mattine al mare, quelle lontane mattine di fine Giugno dove non importava il dove e il perché ma solo il come. Erano poi solo poche settimane fa. Mi concentro, cerco di isolare il ricordo, le sensazioni provate e forse complice il dormiveglia mi sento completamente trasportato in quell’attimo come lo stessi vivendo e improvvisamente sono a fare stretching all’alba fuori dalla casa del mare. Guardo il cielo grigio e carico di pioggia ma a dispetto di tanto gonfiore da quelle mammelle grigie vengono giù solo alcune goccioline. C’è un vento frizzante e sta cominciando ad albeggiare. Mentre faccio stretching guardo l’acqua sulla battigia che arriva quasi a toccarmi le asics e poi scivola indietro. La volta dopo sembra avercela fatta ma poi proprio all’ultimo esaurisce le forze e torna indietro. Il mare quasi mi ipnotizza. Sarebbe presto in città ma qui al mare sembra ancora più presto. Nessuno in giro per strada. Nessuno sulla spiaggia. Tantomeno a fine Giugno che il lido pullula di nonni e nipoti, di mamme gravide con mariti al lavoro in città. Neppure un pensionato in giro con il cane ancora. Andare in su oppure in giù? Sento come spira il vento. Meglio averlo alle spalle al ritorno che all’andata. Meglio andare in su. Le prime centinaia di metri sono sempre i più duri. Forse ho ancora l’impronta del cuscino sul viso e sono a correre sulla spiaggia sotto una pioggerellina leggera. I muscoli sembrano avere addosso una ruggine spessa che genera attrito ad ogni movimento ma la testa è sgombra. Pesante ma sgombra. La ruggine cade piano piano e il ritmo aumenta. Ho dormito poco con mille e mille cose che mi passavano per la mente. Cose da mettere a posto. Cose che non ne volevano sapere di incastrarsi fra loro. Avevo deciso che la migliore soluzione era quella di correre. Passa un’ auto e disegna strane strisce sul soffitto del mio soggiorno. Mi riprendo dallo stato di trance. Potessi andare a correre anche oggi sarebbe perfetto, ma questo piede acciaccato ancora me lo impedisce. Provo un senso di nostalgia per quelle corse mattutine sulla spiaggia. Il mare. Penso a cosa abbia significato il mare per me nel corso degli anni. Quand’ero piccolo piccolo immagino che per me fosse solo un posto dove potere giocare e fare il bagno. Poi parlando con mia figlia ho scoperto che il mare ( e più in generale la vacanza ) era l’occasione di stare tutto il giorno con mamma e papà. Diventato adolescente non era più il posto dove rotolare le biglie con i ciclisti dentro ma, detto come va detto, il posto dove c’era più “figa”. Con la “g”, da noi si usa la “g” e non la “c” ma il concetto non cambia. Il problema semmai era arrivarci al mare visto che sono circa 60 Km dalla città e non avevamo l’età per l’auto. Il miraggio era il 125, la vespa, magari un “primavera” usato visto che era appena uscito l’ET3 ma la realtà era spesso fatta di corriere o di viaggi impossibili su in due su un Ciao o su un cinquantino col carburatore del 19. Ma ne valeva sempre la pena. Il mio passaggio nel mondo degli uomini lo consumai proprio al mare. Crescendo ancora i problemi degli spostamenti cessarono ma il mare diventava sempre la meta dei sabati sera estivi ( pizza – passeggiata – discoteca ). Era poi pure uno splendido territorio di caccia di tedesche. Alte, bionde solitamente più disponibili delle italiane e però con una voce che girava che a venti erano delle gran fighe ( sempre con la “g” ) ma a trenta prendevano cinquanta chili e si trasformavano in bidoni. Voci messe in giro dalle italiane mi sa. Ma nessuno di noi le avvicinava pensando di arrivarci insieme ai trenta e quindi vero o falso che fosse non rappresentava un problema. Era  anche territorio di caccia per le milanesi. Non so per quale strano motivo i lidi fossero pieni di famiglie milanesi. Meno disponibili delle tedesche ma farsi una “figa” della metropoli per noi che vivevamo in una cittadina ai confini dell’impero rappresentava motivo di vanto.  La vicinanza del mare creava in città nei fine settimana l’effetto bomba atomica. La vita semplicemente si spostava 60 chilometri ad est. Mi rigiro sul divano e cerco di ricordare qualche nome o volto di ragazze tedesche o milanesi di quel periodo. Forse qualche volto riesco anche ad identificarlo ma i nomi proprio no. Dovrei tirare su il backup di quel periodo ma non ho più il lettore di quei tipi di nastri mi sa. Però dovrei avere qualche Polaroid in giro. Finita chissà dove negli infiniti traslochi che si sono succeduti negli anni.  La cosa buffa è che mi ricordo meglio la foto che la persona che è ritratta in foto. Mi siedo e mi distendo sul divano in continuazione alla ricerca di uno scampolo di sonno che non c’è. Decido che si può accendere il PC e cedere di scaricare quell’aggiornamento da 400 megabyte intanto. L’orologio del PC mi comunica che è molto prima di quanto pensassi. Controllo che il volume degli altoparlanti sia a zero per non disturbare il resto della famiglia che dorme.  Continuo a ragionare sul mare ma il cerchio ormai si è chiuso perché ora porto le figlie al mare per farle giocare e per stare più tempo insieme a loro. Mi siedo al PC, guardo la posta, ma chi vuoi che mi abbia mai scritto in queste tre ore che non ci ho guardato. Guardo gli RSS  di FeedDemon. Ma non è che abbia voglia di leggere di virtuosismi tecnici a quest’ora. Una parte della mia testa continua a pensare a quei periodi estivi l’altra passivamente guarda le immagini e le pagine che si moltiplicano nei tab su FireFox. Mi disturba non ricordarmi quei volti, quelle persone ma solo se ci ho fatto sesso e dove. In realtà il posto dove farlo era sempre la spiaggia o dietro le cabine, stando ben attenti a non sporcarsi di sabbia che poi ti bruciava. Guardo qualche immagine dei preferiti su tumblr o flickr. La maggior parte di questi sono giapponesi e quindi hanno già aggiornato i loro siti. Poi un primo sbadiglio e subito un secondo. Lancio il download. Guardo l’orologio del PC e materializzo che posso dormire un’ora. Mi distendo sul divano. Di nuovo il mare prende il sopravvento. Nessuna delle storie estive per me ha mai funzionato oltre la spiaggia. In un’epoca in cui non c’era internet e le telefonate interurbane o internazionali costavano un patrimonio l’unico modo di rimanere in contatto era la posta ordinaria. Difficile. Ma credo che sia per noi che per loro il mare era visto come una specie di palestra dei rapporti uomo donna. Perfezionarsi per poi utilizzare le conoscenze acquisite nelle storie normali quelle che vivevamo nella nostra città, nella nostra scuola o università. Nella nostra vita reale insomma. Ciò non toglie che qualche storia importante si formasse ma era una eccezione o forse una leggenda. A me non era mai capitao però. Credo. Poi un attimo prima di addormentami mi viene in mente Marta. Mi ricordo il suo volto dettaglaitamente, il suo modo di ridere il profumo della sua pelle e quel giorno che mi disse di farmi prestare la vespa dal mio amico per andare in campagna ad “imboscarci” in mezzo al “frumentone” ( granoturco ). E mi addormento intanto. Ma più che un riposo sarà un viaggio nel tempo a riprovare le sensazioni di allora mentre la seguo nel campo, mentre cerca un posto e trovatolo si ferma mi bacia e si spoglia.
La sveglia del telefonino poi mi coglie nel momento esatto in cui in silenzio usciamo dal campo. Sorrido al pensiero di Marta e la rimetto da dove era venuta.
Ciao Marta, ci rivediamo tra altri trent'anni.
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mercoledì, 06 maggio 2009

I’m 15,5 Km richer. Stop.



E’  una storia di sesso e amore, tradimenti e desideri, sangue e morte che non potrò mai raccontare perché è scritta nel mio “little black book with poems in” ma che nell’ultimo anno mi ha sconquassato cuore, anima e cervello.
 
Slaccio le scarpe da correre ma non le tolgo. Rimango a guardare il fango che le ha sporcate, l’acqua che le ha bagnate. Guardo il cronometro.  Sorrido al tempo e alla distanza percorsa. Che possa anche andare tutto in malora ora ma io sono 15,5 Km richer. Stop. 
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