Dire, fare, baciare, lettera e testamento. Guardo il cielo nuvoloso. C’è molto vento e le nuvole si spostano velocemente. Là verso il mare le nuvole sono più scure, quasi nere e fra poco arriveranno qui. Quando sei in mezzo agli alberi il suono del vento è forte e magico. Il vento di per se non fa rumore, non fa suono ma è il suo interagire con le cose che lo produce. La sua sembra una mano invisibile che scuote le cose attorno a te per farti paura. Il vento lo senti arrivare e passare. Vedi in lontananza il riflesso delle foglie e dell’erba che cambiano e il suono dapprima lontano viene verso di te, ti investe ti supera, va oltre fino a quietarsi più in là. Se ti arriva di lato non senti più nulla per un attimo assordato dal suo fiscio nelle orecchie per poi di nuovo superarti e scomparire. Senbra una spirito inquieto il vento. Quando passi del tempo vicino ad una persone inquieta alla fine prendi ad agitarti pure tu. E’ forse per questo che il vento nella sua irrequietezza tende ad agitarmi. Osservo le nuvole nere all’orizzonte. Quanto tempo servirà prima che arrivino qui? Mezz’ora? Un’ora? Continuo a correre oppure torno subito a casa? Decido di continuare anche se il sentiero è invaso da rami secchi che il vento ha tirato giù. Le folate ora ti spingono ora ti fermano. Quando lo hai dietro senti quasi un caldo alle guance, la fatica del correre quasi non esistere e ti manca l’aria. Al contrario quando lo hai di fronte sembra una folla inferocita ch ti spinge indietro. A volte mi sento come quei ciclisti in Mountain Bike che pedalano velocissimi ma restano fermi sul posto. Per qualche strano motivo mi viene in mente l’amico incontrato per caso la sera prima mentre facevo la spesa. Una persona che frequentavo assiduamente diversi anni fa ma che poi lavoro, famiglia hanno generato una “non frequenza” volontaria. Ci eravamo incontrati mentre cercavamo la moneta per prendere il carrello e così chiacchierando avevamo preso a far la spesa insieme tanto essendo uomini avremmo fatto lo stesso percorso fra i banconi. E mentre nel mio si ammucchiavano le cose più disparate, carne, formaggio, verdura, frutta, merendine, kinder, succhi nel suo giacevano pochi articoli tristemente sparsi sul fondo. Eppure pure lui come me ha due figlie , la cosa non tornava. Quindi con la diplomazia che mi è consueta, interrompendo bruscamente un discorso sull’inter di Coppa gli avevo chiesto se si era separato. Lui mi aveva guardato con sorpresa e io gli avevo indicato il suo carrello poi il mio. La domanda l’avevo posta proprio di fronte alle confetture. Entrambi avevamo in mano due vasetti di marmellata di arance amare. Mi aveva sorriso e mi aveva detto di sì, che si era separato. Non avevo fatto domande sul perché e il per come ma mi ero limitato a dire che mi dispiaceva più qualche altra frase di circostanza. Lui poi aveva preso a raccontarmi qualcosa con la tristezza nel cuore. Lo avevo lasciato parlare, anzi sfogarsi sinceramente dispiaciuto per quello che era successo. Lo avevo visto poi nel parcheggio allontanarsi verso la sua macchina spingendo quel suo carrello così diverso dal mio con passo lento e noncurante. Decisamente non il passo di una persona che ha famiglia con figli in cui entrambi i genitori lavorano e che c’è sempre qualcosa che doveva essere fatto ma ancora non si è potuto fare. Lo guardavo e pensavo che ancora non aveva digerito il colpo e speravo potesse riprendersi al più presto. Correndo arrivo a Porta Po. Guardo distrattamente il cronometro tanto è solo un fondo lento e non ho tabelle da rispettare. Mi fermo per fare stretching. Questo punto poi segna l’esatta metà del mio percorso quindi il fermarsi un attimo ha pure un valore simbolico. E’ passata da poco l’ora di pranzo e attorno a me la gente esce da lavorar o da scuola e si affretta per paura del temporale imminente. Gli studenti sembrano divertiti, gli adulti decisamente scocciati. Poi ci sono io. Adulto ma divertito. Guardo l’ora. Dovrebbe arrivare la solita ragazza che porta a spasso il cane. Mi guardo attorno ed infine la scorgo arrivare. E’ una bella ragazza che porta a spasso il cane penso tutti i giorni durante la pausa pranzo. Per il trucco, per come si veste mi viene da pensare che sia una commessa. Ha un di quei cagnini piccoli e antipatici col fiocchetto ( Yorkshire ) che abbaiano fragorosamente ad ogni mosca che vola. Lei fa tutta la passeggiata con il cane fumando e telefonando a voce alta. Ma nonostante la villania tendo a perdonarla. Solo perché ha un fondo schiena divino, che non perde occasione di mettere in mostra fortunatamente con abbigliamento aderente. Il cane si ferma ad annusare chissà che cosa proprio vicino al mio piede. Ho due pensieri. Il primo è la voglia di dare un calcio nel sedere a questo cane che più di una volta ha cercato di mordermi i garretti mentre correvo. Il secondo pensiero è che non posso certo guardarle il sedere così impunemente da così vicino. Per fortuna la trigonometria con il finestrino di un auto parcheggiata mi permette di risolvere il problema felicemente ed anzi di assumere una espressione assai distratta. Lei mi fa un sorriso di cortesia che ricambio per gentilezza tornando subito ai riflessi dl vetro con aria concentrata e distante. Si allontana sul sentiero e scompare dai miei angoli acuti. Tanto poi la ribecco penso. Questa ragazza è sicuramente bella e attraente ma mi provoca tanto desiderio quanto la compilazione del 740. Parto nuovamente di corsa verso casa. Il temporale è ormai sopra di me. Il tuono è attorno a me e il vento si è fatto silenzioso. Sono talmente distratto dal tempo che neppure mi accorgo del magnifico sedere divino. Conto i secondi che passano dal lampo al tuono. Ora cinque, ora tre. Ma è tutto attorno. Infine arriva. Anche lei, la pioggia, prima la senti lontano che si avvicina, con suoni diversi a seconda di quello che colpisce. Perché non cade tutta in una volta, ma prima da una parte e poi avanza o si allontana a seconda di quanto sei distante dal centro. E’ davanti a me che mi avanza contro e ci entro dentro quasi violentemente. I rumori allora cambiano. Gli odori, le sensazioni cambiano con la pioggia battente addosso. Anche la posizione di corsa. Il sentiero in un attimo si allaga. Le scarpe cambiano suono al contatto con il terreno. Le senti pesanti, ondeggianti. Non ho accelerato neppure di un secondo, quasi come se questo non stesse accadendo. Sto pensando alla ragazza di prima, al mio “non desiderio” nei suoi confronti e quante siano state le donne che ho desiderato sessualmente. Pure con quante di queste ho fatto poi sesso. Per quanto mi sforzi non mi riesco ad andare oltre sei forse sette. Desiderate ardentemente intendo. Quel desiderio che quando ci sei vicino non puoi fare a meno di pensare ad altro che non sia quello. Solo due sono quelle di cui mi è rimasta ancora la curiosità. Poche o tante? Pochissime direi. Visto che ogni anno per lavoro vengo a contatto con almeno un centinaio di nuove donne si può dire che è una percentuale insignificante. Questo dimostra, qualora ce ne fosse stato bisogno che le regole dell’attrazione sono diverse dalle regole della statistica. Le prime si basano su odori, colori, sensazioni indefinibili mentre le seconde sui rapporti fra i numeri. E in questo delirio archivistico mi viene da chiedermi quante siano state le donne di cui mi sia mai innamorato. Forse quindici, anzi diciamo più di una decina ma difficilmente quindici. Sono arrivato a Porta Mare intanto. La pioggia è addirittura aumentata o forse e solo l’effetto ottico di rimbalzo sull’asfalto che me lo fa credere. Chissà se Bagheera c’è pure oggi. Quando vengo a correre a quest’ora sono due gli appuntamenti fissi: il primo è “culo divino” a Porta Po e il secondo è Bagheera una gatto nero randagio con la coda mozza che staziona qui in zona. Da quando gli ho fatto due carezza non manca mai a farmi le fusa. Con questo diluvio difficile che ci sia. Mi fermo a guardarmi attorno. Qui vicino ci sono alcune casette in legno che ha costruito una “gattara”. Vado a vedre e infatti Bagheera è lì. Non esce allo scoperto , rimane sotto la tettoia in plastica ma miagola e si sfrega contro ogni cosa per mostrarmi la sua felicità. Mi fermo a fargli due carezze e mentre lo faccio vedo la pioggia che corre lungo il mio braccio e produce una fila interminabile di gocce. Il calore del mio corpo emana poi un vapore buffo. Sembro una vecchia locomotiva a vapore. Le mie mani sono rosse e blu per il freddo. Sono zuppo d’acqua, rischio di prendermi un colpo ormai. Riparto verso casa. Ormai solo un paio di chilometri o poco più. Bagheera mi miagola dietro. Mi viene in mente che tempo fa durante una vacanza in Jugoslavia alla mattina quando andavo a correre raccoglievo con me cinque o sei cani. Non so se erano randagi o meno ma mi accompagnavano per tutto l’allenamento. Andavo a correre su una spiaggia poco distante dal campeggio la mattina presto e per raggiungerla dovevo attraversare alcune strade bianche o di terra attraverso i campi. Era tutto cominciato la prima mattina che ero andato a correre. Passando in prossimità di una casa un cane mi aveva abbaiato e io gli avevo fatto due carezze e poi gli detto di seguirmi. Cosa che lui aveva fatto. E così la casa dopo un altro cane. Alla fine i cani erano diventati cinque. Mi seguivano sulla spiaggia. Io ogni tanto raccoglievo qualcosa da lanciare in acqua o sulla spiaggia e loro dietro a giocare. Al ritorno in prossimità delle loro case i cani si fermavano ordinatamente e mi abbaiavano a mo’ di saluto prima di rientrare. Forse mi aveva un po’ preso la sindrome di San Francesco. L’ultima mattina li avevo salutati ad uno a uno e mi erano quasi sembrati consci che stavo per andarmene. L’ultimo chilometro che devo correre verso casa è tutto su asfalto, in mezzo al traffico. Quali sono gli elementi in comune fra il primo e il secondo insieme? Messa così sembra una domanda dei compiti di mia figlia ma in realtà la domanda è di quante delle ragazze che ho ardentemente desiderato sessualmente ( primo insieme ) sono pure stato innamorato ( secondo insieme ) e viceversa. Fra una pozzanghera e un marciapiede cerco di fare i conti. Arrivo al portone di casa cerco le chiavi nella taschina dei pantaloncini ma faccio fatica a muovere le dita dal freddo. Mi vengono in mente un paio di nomi. Non di più. Apro la porta e entro così come sono con scarpe e tutto vestito in doccia e mi spoglio lì per non inondare la casa. E’ ormai tardi e fra poco più di mezz’ora devo essere dalla parte opposta della città. Devo anche mangiare qualcosa se non voglio svenire per strada. Così nudo, con solo l’asciugamano attorno ai fianchi apro il frigo. Nonostante sia pieno non c’è nessuna di quelle cose che mi urli “mangiami”. Prendo il burro e la marmellata. Mi faccio un paio di fette di pane da toast con il burro e la marmellata. Mi siedo al tavolo e mi incanto a spalmare il più uniformemente possibile il burro sul pane. Cosa non facile visto che è appena stato tirato fuori dal frigo. Mentre mi dilungo in maniera preoccupante nello tentativo di dare un ordine al burro sul pane scorgo la scritta sul barattolo di marmellata: arance amare. Mi viene in mente un frammento dl discorso del mio amico a fare la spesa. Dell’epilogo della sua storia che in mezzo ormai ai dispetti reciproci era costellata di piccole ripicche senza senso da una parte e dall’altra. A lui piaceva la marmellata di arance amare e lei continuamente faceva apposta a sbagliarsi e la prendeva di mandarino o arance “non amare”. Il litigio definitivo era scoppiato proprio a causa delle arance amare. Lui le aveva rinfacciato di farlo apposta e lei aveva detto di no e da lì cosa dopo cosa si era arrivati, a dormire sul divano, in albergo, a dire alle bimbe che anche se papà non abita più qui vi vuole bene lo stesso e ci sarà sempre. Ovvio che la marmellata era stata solo l’innesto della bomba che era già stata sganciata sul loro rapporto ma mi è passata la voglia. Apro il frigo e vedo che c’è una confettura di marmellata di mandarino che mia moglie dice di aver preso per sbaglio. Per un attimo sento un brivido lungo la schiena. La prendo e guardo la data di scadenza: è già scaduta e pure da un bel pezzo ormai. Appartiene anche lei ad un’altra vita.