
Ogni auto che passa sulla strada disegna uno strano fascio di luce sul soggiorno. Sono disteso sul divano, insonne ad attendere che passi una altra auto. La mia miopia insieme alla mancanza delle lenti a contatto genera poi quella immagine fuori fuoco che è molto onirica quasi fosse un sogno sfumato. Certo che parlare di sogni per un insonne fa un po’ sorridere se non ridere. Non passano altre auto. In lontananza si sente che qualcuno scarica diverse bottiglie nel contenitore del riciclo. Dalla quantità deve essere sicuramente un bar o un ristorante. Il ritmo con cui le sento cadere sembra quasi una musica. Di nuovo silenzio. Nessuna auto, nessun sonno incombente. Lascio la testa vagare nel suo solito stato di sogno e realtà, di ricordi e fantasie. L’autunno è ormai alle porte. Dormo, si fa per dire , ancora con la finestra aperta ma alla mattina mi sveglio in posizione fetale, quasi avvolto attorno a me stesso. Questa estate fra sangue e tragedie è volata via più in fretta del solito. Devo mettere ordine. Devo farlo prima che sia troppo tardi. Come erano diverse le mattine al mare, quelle lontane mattine di fine Giugno dove non importava il dove e il perché ma solo il come. Erano poi solo poche settimane fa. Mi concentro, cerco di isolare il ricordo, le sensazioni provate e forse complice il dormiveglia mi sento completamente trasportato in quell’attimo come lo stessi vivendo e improvvisamente sono a fare stretching all’alba fuori dalla casa del mare. Guardo il cielo grigio e carico di pioggia ma a dispetto di tanto gonfiore da quelle mammelle grigie vengono giù solo alcune goccioline. C’è un vento frizzante e sta cominciando ad albeggiare. Mentre faccio stretching guardo l’acqua sulla battigia che arriva quasi a toccarmi le asics e poi scivola indietro. La volta dopo sembra avercela fatta ma poi proprio all’ultimo esaurisce le forze e torna indietro. Il mare quasi mi ipnotizza. Sarebbe presto in città ma qui al mare sembra ancora più presto. Nessuno in giro per strada. Nessuno sulla spiaggia. Tantomeno a fine Giugno che il lido pullula di nonni e nipoti, di mamme gravide con mariti al lavoro in città. Neppure un pensionato in giro con il cane ancora. Andare in su oppure in giù? Sento come spira il vento. Meglio averlo alle spalle al ritorno che all’andata. Meglio andare in su. Le prime centinaia di metri sono sempre i più duri. Forse ho ancora l’impronta del cuscino sul viso e sono a correre sulla spiaggia sotto una pioggerellina leggera. I muscoli sembrano avere addosso una ruggine spessa che genera attrito ad ogni movimento ma la testa è sgombra. Pesante ma sgombra. La ruggine cade piano piano e il ritmo aumenta. Ho dormito poco con mille e mille cose che mi passavano per la mente. Cose da mettere a posto. Cose che non ne volevano sapere di incastrarsi fra loro. Avevo deciso che la migliore soluzione era quella di correre. Passa un’ auto e disegna strane strisce sul soffitto del mio soggiorno. Mi riprendo dallo stato di trance. Potessi andare a correre anche oggi sarebbe perfetto, ma questo piede acciaccato ancora me lo impedisce. Provo un senso di nostalgia per quelle corse mattutine sulla spiaggia. Il mare. Penso a cosa abbia significato il mare per me nel corso degli anni. Quand’ero piccolo piccolo immagino che per me fosse solo un posto dove potere giocare e fare il bagno. Poi parlando con mia figlia ho scoperto che il mare ( e più in generale la vacanza ) era l’occasione di stare tutto il giorno con mamma e papà. Diventato adolescente non era più il posto dove rotolare le biglie con i ciclisti dentro ma, detto come va detto, il posto dove c’era più “figa”. Con la “g”, da noi si usa la “g” e non la “c” ma il concetto non cambia. Il problema semmai era arrivarci al mare visto che sono circa 60 Km dalla città e non avevamo l’età per l’auto. Il miraggio era il 125, la vespa, magari un “primavera” usato visto che era appena uscito l’ET3 ma la realtà era spesso fatta di corriere o di viaggi impossibili su in due su un Ciao o su un cinquantino col carburatore del 19. Ma ne valeva sempre la pena. Il mio passaggio nel mondo degli uomini lo consumai proprio al mare. Crescendo ancora i problemi degli spostamenti cessarono ma il mare diventava sempre la meta dei sabati sera estivi ( pizza – passeggiata – discoteca ). Era poi pure uno splendido territorio di caccia di tedesche. Alte, bionde solitamente più disponibili delle italiane e però con una voce che girava che a venti erano delle gran fighe ( sempre con la “g” ) ma a trenta prendevano cinquanta chili e si trasformavano in bidoni. Voci messe in giro dalle italiane mi sa. Ma nessuno di noi le avvicinava pensando di arrivarci insieme ai trenta e quindi vero o falso che fosse non rappresentava un problema. Era anche territorio di caccia per le milanesi. Non so per quale strano motivo i lidi fossero pieni di famiglie milanesi. Meno disponibili delle tedesche ma farsi una “figa” della metropoli per noi che vivevamo in una cittadina ai confini dell’impero rappresentava motivo di vanto. La vicinanza del mare creava in città nei fine settimana l’effetto bomba atomica. La vita semplicemente si spostava 60 chilometri ad est. Mi rigiro sul divano e cerco di ricordare qualche nome o volto di ragazze tedesche o milanesi di quel periodo. Forse qualche volto riesco anche ad identificarlo ma i nomi proprio no. Dovrei tirare su il backup di quel periodo ma non ho più il lettore di quei tipi di nastri mi sa. Però dovrei avere qualche Polaroid in giro. Finita chissà dove negli infiniti traslochi che si sono succeduti negli anni. La cosa buffa è che mi ricordo meglio la foto che la persona che è ritratta in foto. Mi siedo e mi distendo sul divano in continuazione alla ricerca di uno scampolo di sonno che non c’è. Decido che si può accendere il PC e cedere di scaricare quell’aggiornamento da 400 megabyte intanto. L’orologio del PC mi comunica che è molto prima di quanto pensassi. Controllo che il volume degli altoparlanti sia a zero per non disturbare il resto della famiglia che dorme. Continuo a ragionare sul mare ma il cerchio ormai si è chiuso perché ora porto le figlie al mare per farle giocare e per stare più tempo insieme a loro. Mi siedo al PC, guardo la posta, ma chi vuoi che mi abbia mai scritto in queste tre ore che non ci ho guardato. Guardo gli RSS di FeedDemon. Ma non è che abbia voglia di leggere di virtuosismi tecnici a quest’ora. Una parte della mia testa continua a pensare a quei periodi estivi l’altra passivamente guarda le immagini e le pagine che si moltiplicano nei tab su FireFox. Mi disturba non ricordarmi quei volti, quelle persone ma solo se ci ho fatto sesso e dove. In realtà il posto dove farlo era sempre la spiaggia o dietro le cabine, stando ben attenti a non sporcarsi di sabbia che poi ti bruciava. Guardo qualche immagine dei preferiti su tumblr o flickr. La maggior parte di questi sono giapponesi e quindi hanno già aggiornato i loro siti. Poi un primo sbadiglio e subito un secondo. Lancio il download. Guardo l’orologio del PC e materializzo che posso dormire un’ora. Mi distendo sul divano. Di nuovo il mare prende il sopravvento. Nessuna delle storie estive per me ha mai funzionato oltre la spiaggia. In un’epoca in cui non c’era internet e le telefonate interurbane o internazionali costavano un patrimonio l’unico modo di rimanere in contatto era la posta ordinaria. Difficile. Ma credo che sia per noi che per loro il mare era visto come una specie di palestra dei rapporti uomo donna. Perfezionarsi per poi utilizzare le conoscenze acquisite nelle storie normali quelle che vivevamo nella nostra città, nella nostra scuola o università. Nella nostra vita reale insomma. Ciò non toglie che qualche storia importante si formasse ma era una eccezione o forse una leggenda. A me non era mai capitao però. Credo. Poi un attimo prima di addormentami mi viene in mente Marta. Mi ricordo il suo volto dettaglaitamente, il suo modo di ridere il profumo della sua pelle e quel giorno che mi disse di farmi prestare la vespa dal mio amico per andare in campagna ad “imboscarci” in mezzo al “frumentone” ( granoturco ). E mi addormento intanto. Ma più che un riposo sarà un viaggio nel tempo a riprovare le sensazioni di allora mentre la seguo nel campo, mentre cerca un posto e trovatolo si ferma mi bacia e si spoglia.
La sveglia del telefonino poi mi coglie nel momento esatto in cui in silenzio usciamo dal campo. Sorrido al pensiero di Marta e la rimetto da dove era venuta.
Ciao Marta, ci rivediamo tra altri trent'anni.